Prima economia del continente africano, il Sudafrica è, agli occhi di tutto il mondo, la “nazione arcobaleno”. Il governo dell'African National Congress è il risultato di un processo di pacificazione, fondato sul reciproco perdono, che ha guidato il paese al superamento della segregazione razziale senza spargimenti di sangue. Questo processo è stato reso possibile dalla Commissione per la Verità e la Riconciliazione, istituita nel 1995 come primo atto del governo di unità nazionale e presieduta da Desmond Tutu. Il suo compito era quello di promuovere la riconciliazione etnica attraverso una serie di udienze che dessero voce alle vittime e che permettessero ai carnefici di fornire le loro motivazioni, chiedere scusa e ottenere il perdono. Alla base di questo percorso catartico sta la capacità dei sudafricani di raccontarsi e di utilizzare le loro storie come veicolo di pacificazione attraverso la comprensione dell'altro.

Oggi i riflettori di tutto il mondo si accendono sempre più spesso sul Sudafrica, che ospiterà i mondiali di calcio del 2010. Il Sudafrica democratico sembra lontano anni luce dal paese guidato da un governo razzista e autoritario fino al 1994. Ma il superamento ufficiale del regime razziale non ha necessariamente significato un miglioramento nelle condizioni delle componenti più deboli della società: la popolazione nera delle township e le donne, di diverse categorie etniche e sociali. Un tempo erano proprio le donne a dover far fronte alla miseria e alle persecuzioni governative quando i loro mariti rispondevano con l'alcolismo alla disoccupazione o finivano in carcere perché si opponevano al regime. Oggi sono vittime degli stupri, uno fra i crimini più diffusi nel paese, e del contagio dell'Hiv per via sessuale.

Eppure, le donne del Sudafrica post-apartheid sono le protagoniste di una rivoluzione dal basso che restituisce dignità alle loro storie. Intorno a Cape Town, sede del primo insediamento bianco nella regione e chiamata anche Mother City dai sudafricani, ruotano i fermenti letterari e artistici che coinvolgono le categorie di popolazione per le quali un tempo era impossibile esprimersi. In una città che conserva un’eredità molto viva di questo passato, nelle sue divisioni sociali e strutturali, le storie di donne superano le barriere linguistiche e razziali.

 

 

Le protagoniste

 

“Cercammo di rendere Guguletu la nostra casa, un luogo dove tutti potessero essere felici. Cercammo di dimenticare il passato, le case dalle quali eravamo stati rimossi dal governo con la forza”: Sindiswa Merile conserva una viva memoria dei soprusi perpetrati dal governo dell’apartheid sulla popolazione nera, e sulle donne in particolare. Oggi, insieme ad altre aspiranti scrittrici della township di Guguletu, esprime attraverso la scrittura le sue emozioni e le sue esperienze di vita. In questa immensa baraccopoli alle porte di Cape Town, l’autrice e attivista Sindiwe Magona dirige uno straordinario corso di scrittura creativa in lingua Xhosa rivolto alle donne. Il risultato, Guguletu Blues, è una raccolta di storie di tragedia e speranza, raccontate per la prima volta dalle loro protagoniste e pubblicate per ora soltanto in Italia dalle Edizioni Gorée. Fra le storie di vita quotidiana di queste donne, emergono tragedie individuali e collettive affrontate ogni giorno dalle abitanti delle township. “Lo scorso sabato hanno trovato un corpo accanto ad un container abbandonato. Era il cadavere di una giovane donna e, dalla vita in giù, era nuda. Era evidente che era stata stuprata”, scrive Thokozile Sayedwa nel suo racconto, che parla di come l’abuso di alcol e la violenza rischino di distruggere un’intera generazione di adolescenti. Mentre Nomsa Somdaka racconta come la maternità possa tradursi in un dramma. E’ ciò che succede quando vengono meno i legami di solidarietà tradizionali, ancora protetti da molte anziane che si prendono cura di orfani e giovani sbandate, affrontando coraggiosamente i pericoli della nuova società: “Si aiutavano vicendevolmente a superare le pene della vita; un grande aiuto. Nelle township, le vedove diventavano facili vittime di abusi. La situazione peggiorava ancora di più man mano che la donna anziana invecchiava, specialmente se per caso la vecchia in questione fosse grassa e scura di pelle. In questo caso, la povera donna sarebbe stata accusata di ogni sorta di malvagità, incluso di essere una strega”.

 

 

Fra tutte le storie del Sudafrica bianco, nero o multirazziale, quelle che riguardano le donne hanno incontrato sicuramente le difficoltà maggiori nell’essere narrate. La lingua ha costituito un ostacolo insormontabile per le donne che volessero raccontare le proprie storie in maniera autentica, in un paese che conta oggi ben undici lingue ufficiali e resta caratterizzato da un’impressionante multiculturalità. La capacità di raccontarsi, alla base del processo di riconciliazione, ha portato alla luce realtà molto diverse, restituendo importanza alle storie di donne appartenenti a vari ambienti etnici e sociali. Dalle township nere si arriva così alle élites intellettuali bianche, dove l’afrikaans stenta a resistere all’egemonia dell’inglese.

Da questi ambienti proviene Antjie Krog, oggi professore straordinario alla University of the Western Cape, a Cape Town. Discendente dalla comunità boera, giornalista, poetessa e scrittrice, è l'autrice di un celebre romanzo/saggio (Country of My Skull) sui lavori della Commissione per la Verità e la Riconciliazione. Membro della comunità bianca di lingua afrikaans, che un tempo era la principale sostenitrice delle politiche razziste, Antjie Krog continua oggi a raccontarsi, attraverso saggi e poesie, come donna e come scrittrice, appartenente a un gruppo di popolazione che ha dovuto lottare per imporsi come entità culturale e linguistica e che ha recentemente fatto i conti con una crisi di coscienza profonda. Con questa comunità e con la sua terra, Antjie Krog conserva un legame viscerale di amore sconfinato e combattuto. “Sento pesantezza e solitudine nella gola, il petto duole per l’indescrivibile intimità dell’appartenenza e della perdita. Questo è il mio posto. Un posto che in un certo senso non mi ha mai davvero voluta. Un posto che ha ricevuto il mio amore in modo così infruttuoso. Per i suoi campi, per il suo cielo, per le sue sorgenti. Per la sua erba e i suoi alberi. Per il suo orizzonte, che contiene qualsiasi altro orizzonte io abbia mai sognato. Un amore disperato per la terra. Possono venderla, prenderla, dividerla, ipotecarla, sprecarla. Andrà bene così. Se soltanto, fino alla mia morte, potrò venire a sedermi qui. Così tranquilla. Così qui. Così completamente dissolta nel luogo al quale appartengo. Non rivendicherò mai alcun diritto su di essa. Mai. Se solo potrò venire a sedermi qui, in autunno, con il cuore così leggero”. Così la scrittrice descrive il suo ritorno alla regione d’origine nel mezzo della svolta democratica che ne sta cambiando il volto, nel suo secondo libro in inglese A Change of Tongue.

 

 

E’ tornata nella sua terra anche AnnMarie Wolpe, femminista conosciuta e apprezzata in tutto il mondo per i suoi studi sulle donne e vedova di uno fra i maggiori protagonisti della lotta per la liberazione del Sudafrica dall’apartheid. AnnMarie Wolpe dirige oggi a Cape Town un istituto per la promozione del dibattito sociale ed economico. Il suo ritorno è raccontato in una toccante autobiografia, The Long Way Home, in cui l’autrice esprime tutte le sue ansie, paure, riserve, verso un paese dal quale era fuggita trent’anni prima. Lo aveva odiato per ciò che aveva fatto a lei e alla sua famiglia, segnata da lunghe separazioni e pesanti persecuzioni, e non si sentiva più parte di esso. Bianca e membro della comunità ebraica, seppure nemica giurata del potere bianco in Sudafrica. Per lei, tornare significò abbandonare la sua vita, il suo lavoro e i suoi affetti a Londra. Una nuova partenza, dopo quella da Johannesburg negli anni Sessanta. Una nuova separazione dai suoi figli, che, bambini, non avevano potuto raggiungerla subito in Europa. I suoi timori non riguardavano soltanto la sfera privata, ma la stessa condizione delle donne in Sudafrica. “Anche se i problemi principali possono essere gli stessi, la vita delle donne in Sudafrica è così diversa! Le donne bianche parlano ancora del problema della servitù? Siedono in un angolo della stanza mentre i loro mariti parlano di argomenti da uomini dall’altro lato? Le donne bianche della classe media sono entrate in massa nel mondo del lavoro. Il loro grado di istruzione è ancora sorprendentemente basso. Il mondo delle donne nere è così diverso!”.

 

 

La scrittrice coloured Zoe Wicomb non ha fatto ritorno a Cape Town. Se esiste una comunità che è stata costretta, in Sudafrica, ad affrontare più delle altre i dilemmi relativi alla propria identità, questo gruppo di popolazione è quello coloured, nome ancora oggi utilizzato per definire le persone meticcie. Risultato d’incroci fra bianchi e neri, vietati dalle leggi di segregazione razziale, ma anche della presenza, fin da tempi remoti, di schiavi di origine malese, questo gruppo è quello prevalente nella regione del Capo. Wicomb, ha ispirato i suoi romanzi al modo in cui lei stessa ha vissuto il dramma della discriminazione da persona né bianca né nera. Nella sua comunità, molte famiglie finivano per ‘scomparire’, perché si fingevano bianche e fuggivano così dalle aree destinate dal governo ai coloureds. L’ultimo romanzo di Wicomb, Playing in the Light, racconta la storia di una donna che sospetta di avere origini meticce. D’altra parte, gli interscambi fra i bianchi e i coloured, sono sempre stati molto frequenti perché facili da mascherare. In un’intervista recentemente rilasciata allo Scotsman, la scrittrice, che oggi vive a Glasgow, dove insegna all’università, ha dichiarato che “La cosa strana era che esistevano queste leggi per la purezza della razza e, allo stesso tempo, i bianchi incrementavano tacitamente il loro numero permettendo ad alcune persone di entrare nel loro gruppo”. Gli effetti di una simile realtà hanno segnato profondamente l’attività intellettuale della scrittrice, che ha confessato di essere “davvero molto difficile, e voglio sempre mantenere il controllo. Da questo dipende la mia disposizione a pubblicare, editare, essere intervistata. E ho anche degli standard molto alti: da lettrice, non leggo brutti romanzi, così sono sempre consapevole di quanto il mio lavoro sia inadeguato se messo a confronto. E forse è perché sono cresciuta in Sudafrica, e lì era facile per persone come me venire su con un complesso d’inferiorità”.

 

Anche Zolani Mahola esprime le sue emozioni e le sue speranze attraverso la scrittura, ma lo fa da musicista. Questa giovane cantautrice scrive i testi dei brani di una band afro-pop che si è imposta sulla scena musicale internazionale, i Freshlyground, di cui è lead vocalist. Originaria di una cittadina dell’Eastern Cape, Mahola ha studiato a Cape Town, dove ancora vive tra una tournée e l’altra. I ritmi frizzanti e i ritornelli orecchiabili delle sue canzoni non devono trarre in inganno: i testi, in inglese e xhosa, nascondono spesso messaggi politici, come nel caso della celebre Doo Be Doo, un inno alla riconciliazione dopo l’apartheid. “Avete sentito le notizie di oggi alla radio? Le persone hanno accettato di scambiarsi il loro amore. I politici hanno accettato di onorare e obbedire. Verranno giù e ascolteranno ciò che la gente ha da dire. Non vedo l’ora di mettermi in fila, no, no! I bambini giocheranno per le strade, amando chiunque incontreranno. Il ritmo della giornata sarà scandito dai cuori aperti. I vicini si saluteranno, sorelle e fratelli. Persino i nemici arriveranno per diventare amici. Non vedo l’ora di mettermi in fila”. Zolani canta la fiducia in un futuro costruito sull’integrazione razziale, lo sconcerto di fronte ai fatti di cronaca che funestano ogni giorno il paese, ma anche sentimenti più individuali come l’amore. In questo mix di passioni si rispecchiano le nuove generazioni sudafricane di ogni colore.

 

Perché questo film

 

La letteratura e il cinema del Sudafrica hanno conosciuto un’esplosione senza precedenti negli ultimi anni, che ha coinciso con un rinnovato interesse nei confronti di questo paese. Rispondendo a precise esigenze e richieste del pubblico internazionale, alcune realtà un tempo trascurate sono oggi raccontate da libri e pellicole sul Sudafrica, di produzione locale o straniera. Rimasto per decenni uno stato paria a causa delle sue politiche di segregazione razziale, il Sudafrica desta oggi l’interesse del pubblico internazionale. Il cinema sudafricano si è imposto alla ribalta mondiale con alcune pellicole vincitrici, negli ultimi anni, di premi quali l'Oscar come miglior film straniero (“Tsotsi”) e l'Orso d'Oro di Berlino (“U-Carmen e’Khayelitsha”). La letteratura sudafricana vanta due premi Nobel e gli autori sudafricani tradotti in lingue diverse dall'inglese, dall'afrikaans e dalle altre lingue ufficiali del paese sono sempre più numerosi. Queste industrie, così come quella dei mass media, sono però in larga misura ancora gestite dai grandi poteri economici del paese e dalle loro connessioni all’estero. Il rischio è quello che le voci delle categorie disagiate, che costituiscono ancora la maggioranza della popolazione del paese, continuino a restare mute. Molti soggetti tuttora svantaggiati trovano ancora difficoltà a raccontare le proprie storie, che restano marginali rispetto all’immagine di un Sudafrica democratico, ancora molto giovane. La censura imposta su di esse dal regime d’apartheid prima, e il disinteresse dei mezzi di comunicazione nei loro confronti oggi, potrebbero condannare queste realtà all’oblio. Fra le storie del Nuovo Sudafrica, quelle delle donne di ogni classe ed etnia iniziano a emergere dopo essere state dimenticate per decenni. E’ proprio nelle township ai margini delle grandi città e nelle associazioni di donne vittime di stupri o sieropositive che lottano contro la diffusione dell’Aids, che si nasconde la chiave per risolvere i drammi che affliggono il paese: crimine, Hiv/Aids e povertà. Oltre a una costituzione estremamente illuminata, che ispira le sue leggi, il Sudafrica può contare infatti sulla vitalità della società civile, in cui le donne rivestono un ruolo estremamente attivo. Il popolo sudafricano ha dimostrato la sua capacità di utilizzare il racconto come mezzo di catarsi e di unione quando la Commissione per la Verità e la Riconciliazione ha permesso al paese di conquistare la democrazia senza spargimenti di sangue. Oggi le storie personali vengono utilizzate da filmmaker, scrittori e attivisti per promuovere lo sviluppo di questo paese. Persino l’ex presidente Nelson Mandela ha deciso, pochi anni fa, di raccontare la storia di suo figlio, appena morto di Aids, come suo personale contributo alla prevenzione di questa epidemia.

Un documentario che racconti il Sudafrica odierno attraverso le dinamiche utilizzate dalle sue protagoniste per narrarsi s’inserisce in questo contesto come strumento di comprensione della realtà ma anche della sua percezione.

 

Il documentario

 

Writing the blues si propone di analizzare le storie e il modo in cui esse vengono narrate dalle loro protagoniste, che differiscono per provenienza sociale, appartenenza etnica, grado d’istruzione e accessibilità ai mezzi di comunicazione e ai libri. Partendo dalle voci delle narratrici, attraverso la lettura di brani e con l’utilizzo d’immagini video e fotografiche, si entrerà nelle loro storie personali. Queste costituiranno uno spunto per una descrizione più generale delle realtà nelle quali le donne in questione vivono e operano, attraverso interviste e immagini.

La lingua inglese sarà quella principalmente utilizzata nelle interviste e nelle parti narrative. Il xhosa e l’afrikaans, lingue madri delle protagoniste, saranno invece utilizzate per la lettura dei brani di prosa e poesia attraverso i quali si traccerà il racconto delle esperienze di vita delle donne al centro del documentario. L’utilizzo di queste lingue risponde all’esigenza di dipingere in maniera autentica il modo in cui le donne in questione raccontano se stesse, le proprie realtà e i propri sentimenti, in relazione alle loro condizioni presenti e passate. La traduzione dei passi in questione sarà assicurata dalla sottotitolazione (nelle due versioni inglese e italiana).

I soggetti principali del film, le scrittrici Sindiwe Magona, Antjie Krog e Zoe Wicomb e la studiosa AnnMarie Wolpe, hanno già assicurato la loro disponibilità a collaborare al progetto, che sarà realizzato principalmente a Cape Town e nei suoi dintorni dove operano tre delle quattro protagoniste. Nelle township intorno alla città, invece, in particolare quella di Guguletu, vivono e scrivono le donne impegnate nel laboratorio di scrittura creativa diretto da Sindiwe Magona e che costituisce uno fra i soggetti principali del documentario.

un film documentario di

Tiziana Cauli

regia

Elisa Mereghetti

organizzazione

Claudia Mazzaferro

fotografia

Marco Mensa

una produzione

Ethnos

in collaborazione con

Pangea Onlus